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Anniversario della scomparsa di Luciana Matalon

A 5 anni esatti dalla scomparsa di Luciana Matalon, pubblichiamo un suggestivo e personalissimo racconto autobiografico  di Luciana Matalon, che ci parla della sua infanzia e dell’innato amore per l’universo felino.

“LE MIE RADICI

Il sole a 29 gradi nella costellazione del Sagittario, all’orizzonte saliva lo scorpione, la luna varcava gli spazi del cancro, venere quelli del capricorno e mercurio transitava a 23 gradi nell’area del Sagittario.

Le 4.30 di venerdì 21 Dicembre – entrai sul palcoscenico della vita – il freddo mi penetrò nelle ossa e il buio della notte mi regalò inquietudine, paura. Chiesi alla società di darmi la mia parte – mi risposero – ARRANGIATI!

Rimasi confusa: decisi di pensare per una buona parte della mia infanzia.

Poi incontrai Munin, un gatto. Diventammo amici, imparai a comunicare con lui, a leggere messaggi segretissimi nei suoi occhi carichi di immenso (non posso svelare questi segreti perché fanno parte di un patto ch’io ho fatto con lui in cambio della sua speciale apertura nei miei confronti). Posso solo raccontare che un giorno Munin mi invitò a salire su una carrozza di vento ad entrare nelle sconfinate tenerissime foreste dei suoi occhi. Il vento galoppava ad una tal velocità che in un attimo mi ritrovai su una stella lontanissima: la stella dove vanno tutti i gatti dopo il loro soggiorno terrestre. È una stella molto luminosa – sono gli occhi dei suoi abitanti a rendere quella stella più luminosa di tutte le altre della galassia. Come le stelle, gli occhi dei gatti brillano nella notte. Fu un viaggio di penetrazione alle radici delle sensazioni.

In questo viaggio scoprii le nuvole. Infatti, durante il percorso, su richiesta di Munin, il vento rallentò a tratti la sua corsa per permettermi di salutare qualche nuvola che, vestita di luce, mi appariva particolarmente bella. Da quel giorno passai ore e ore a contemplare e studiare la loro mutevole bellezza, le loro groppe incerte su cui salivo per galoppare nell’azzurro, le loro vesti nere di collera quando si scatenavano i temporali.

Il luogo dove mi piaceva ritirarmi a riflettere in compagnia di Munin era la grande soffitta della vecchia casa dove abitavo. Qui mi trovavo dinnanzi a due poli di meditazione: il mistero del cielo, delle nuvole, della luce e dello spazio che venivano da oltre la piccola finestra e il sussurro di ombre, di mondi cavernosi abitati talvolta da giganti, talaltra da esili figure angeliche, imprecise foreste, che io scorgevo nelle macchie d’umidità delle vecchie pareti all’interno della soffitta. Anche i nodi e le linee del pavimento ligneo e le travi del tetto a capanna diventavano personaggi, isole , animali, ogni giorno diversi a seconda dell’angolazione con cui il mio sguardo si posava su di loro. In questo ambiente, uno dei miei giochi preferiti era disegnare per ore quello che vedevo intorno o dentro di me. Erano disegni stranissimi – raramente colorati. Piccoli, talvolta piccolissimi, ma densi di annotazioni descrittive. Disegnare era per me un gioco/conversazione perché questi disegni dovevano comunicare i miei pensieri alle nuvole e per fare questo dovevano diventare nuovo essi stessi. Ogni sera, infatti, al crepuscolo, quando il sole era basso all’orizzonte, io mi accostavo alla finestra e, in un grosso vaso di latta che mi ero procurata, uno ad uno bruciavo i miei disegni perché diventassero nuvole.

Era molto bello questo gioco, per un attimo i miei disegni erano simili al sole, avevano la stessa luce e colore e poi il leggero filo di fumo che usciva da loro, saliva fino a raggiungere la nuvola più bassa e riusciva ancora a vestirsi dell’ultima luce prima che il sole varcasse per quel giorno la soglia dell’orizzonte.

Ma quello che era più bello per me allora era il pensiero che questi disegni diventati nuvola, sarebbero entrati in un ciclo completo di esistenza – si sarebbero vestiti di sole – di pioggia – sarebbero diventati gocce di cielo – acqua – mare, e poi ancora nuvole… e un po’ di me sarebbe sempre stato in questo ciclo.

Questo gioco l’ho continuato per anni e ne conservo un ricordo pieno e felice.

Mi dimenticavo di dire che forse me lo suggerì Munin, perché si divertiva molto a vedermi maneggiare gli “attrezzi del mestiere” e alla fine, quando vedeva la conclusione di tanto “impegno”, rideva divertito come un matto – forse era il suo modo di mandare anche lui un messaggio alle nuvole.

Avevo anche un altro rifugio/osservatorio; era un grandissimo albero centenario cresciuto sul fondo del cortile in cima ad una piccola montagnola artificiale chiamata “mutera”. Questo albero che tutti chiamavano semplicemente l’ “alberon della mutera” e che seppi poi si chiamava Sophora Japonica Pendula, aveva ricchissimi rami ricadenti fino a terra. Un giorno scoprii che Munin saliva dal grosso tronco, spariva in mezzo al verde fogliame e se ne stava lassù per ore ed ore. Decisi di seguirlo. Scoprii che era facile arrampicarsi sui forti rami ricadenti e salire fino in cima. Era così alto quel albero, più alto di qualsiasi altra cosa circostante. Ogni volta che raggiungevo la sua cima, mi sembrava di raggiungere il cielo. Lassù nutrivo i miei occhi di azzurro, di galoppate di nuvole, di tenui carezze di vento e di spazio, di spazio che mi sembrava sconfinatamene ampio. Le case m’apparivano piccole, lontane – anche la finestrina della mia soffitta che consideravo importante perché collocata nel punto più alto della casa e da cui vedevo per largo, m’appariva come un piccolo buco in una piccola casa. Ero regina di una grande reggia verde col soffitto affrescato di sole. Lassù non potevo disegnare perché non era facile trovare la posizione adatta, ma non era necessario, ero una batteria sotto carica.

È certo che se almeno una volta avessi osato attendere la notte, ero sicura che di lassù sarei riuscita ad arrampicarmi su una stella, e allora…chissà…con lei avrei potuto varcare i confini del cielo, navigare nelle gole profonde delle galassie, vedere gli spazi dilatarsi, dilatarsiiiiiiii….sempre di più… fino a raggiungere l’ultimo approdo di universo e… finalmente… illuminarmi di CONOSCENZA. Ma io avevo una paura terribile del buio e Munin non ha mai voluto collaborare perché lui lassù ci andava solo per farsi delle saporitissime dormite. Avevo infatti scoperto la sua cuccia nel comodo intreccio di rami non lontano dal mio punto di contemplazione. Pazienza, furono cariche ugualmente importanti.

Lasciai il mio vecchio albero e la vecchia casa con soffitta – viaggiai – dopo un anno Munin morì.

Provai un dolore grandissimo. Da quando lui è nella sua lontanissima stella, la galassia è diventata più luminosa, ma io rimasi al buio – iniziai a dipingere, per cercare la luce che avevo perduto.

Studiai lingue a Losanna e Londra, ma il mio vero prepotente interesse era l’arte. Visitai musei, meditai – rimasi affascinata da Rembrandt, provai una vera passione per Van Gogh – nei miei primi quadri ad olio cercai di imitarlo. Ebbi poi una venerazione per Turner; nei miei soggiorni a Londra ero di casa alla Tate Gallery per godermi alcuni suoi quadri che mi piacevano in modo particolare (mi ricordavano le nuvole e i viaggi su carrozze di vento della mia infanzia).

Nel ’62 feci la mia prima estemporanea di pittura “Incontro Jazz-Pittura” al Derby Club di Milano. Fu un episodio isolato.

All’incirca in quel periodo decisi di svolgere privatamente il programma di maturità artistica, frequentai poi l’Accademia di Brera, ma il mio interesse fu totale solo alle lezioni di storia dell’arte tenute dal Prof. Guido Ballo, che frequentai con assiduità per quattro anni. Grazie a lui capii l’arte moderna e il mio far parte di essa. Da poco avevo iniziato a visitare con perplessa curiosità gallerie e musei d’arte contemporanea in vari paesi, ma, pur sentendomi inconsciamente vicina (come calamita mentale) a quei modi di fare arte, non riuscivo a recepirne a fondo le ragioni e i messaggi.

Personalmente poi devo dire che grazie alle sue lezioni e consigli imparai a coordinare criticamente le spinte intuitive che fino ad allora saettavano irrazionalmente e disordinatamente nella mia ricerca, ad operare con maggior rigore mentale, a scavare dentro le sedimentazioni.

Nel ’67 feci parte, per brevissimo tempo, del gruppo teatrale G.

Nel ’68 iniziai la professione…”

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